Dovremmo tutti essere genitori femministi

Illustrazione di Julia Rothman
Illustrazione di Julia Rothman

di Roberta Iacovelli, Dottoranda in Studi di Genere, @theuglybibi

Lo so cosa state pensando: “ecco un nuovo scritto in cui una donna rivendica il proprio diritto di essere donna, invitando tutte le donne ad essere donne migliori, ammorbandoci con la sua idea di donna e con le ingiustizie subite dalle donne.”

E invece no. 

Facciamo una premessa necessaria: il femminismo non riguarda (solo) le donne. Non tratta di donne che si parlano addosso, o parlano tra loro di donnecose di donne. Il femminismo ci riguarda tutti, tutti gli individui che credono che il mondo sia un posto in cui fare e dare il proprio meglio. Per questo, essere genitori femministi non riguarda le mamme e le loro figlie, ma anche, e forse soprattutto, i papà e i loro figli. Perché “famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato”, non lo dico io, ma fonti autorevoli come Lilo (quella di Stitch). Perché la giustizia è un diritto e un dovere di tutte e tutti, e quindi tutte e tutti devono assumersene la responsabilità. Perché è semplice. Perché è anche figo.

Qualche giorno fa, un articolo del Corriere riportava dei dati preoccupanti relativi alle risposte ottenute in un sondaggio in Italia e in Danimarca riguardo al ruolo della donna all’interno del nucleo familiare e al di fuori di esso, pungolando gli intervistati su questioni relative al legame con i figli, sia degli uomini che delle donne, al lavoro, e alla cura del cosiddetto focolare.

Inutile stare qui a confrontare le risposte in relazione ai due Paesi; piuttosto, è utile notare che le percentuali di accordo e disaccordo con le affermazioni non si discostavano di molto, per il singolo Paese, in relazione al sesso dell’intervistato. Ciò indica che la mentalità “egemonica” permea le menti di tutti, e che è difficile discostarsene. Ecco perché è d’obbligo, per noi genitori, sempre che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli e nipoti un posto dal quale non dover fuggire per trovare giustizia, equità e solidarietà per tutti, educare i nostri figli alla parità. 

Certo, il paragrafo qui sopra è ricco di paroloni e princìpi che sembrano servire a impressionare chi legge, ma, al di là dell’esercizio retorico, la verità è che farlo è più semplice di quello che sembra, e che si può facilmente partire dal nostro salotto per creare un mondo migliore. Dalla divisione dei giocattoli, dai libri che proponiamo ai nostri figli e alle nostre figlie, dal modo in cui ci rivolgiamo a loro. Il web prolifera di idee e vademecum, qui forse possiamo riassumerli con due parole che fondano la genitorialità femminista: condivisione e rispetto. Degli spazi, degli interessi, dei compiti, delle necessità, dei talenti, dei gusti, delle sensazioni, dei doveri. In generale, agire in funzione di questi due princìpi davanti ai nostri figli è il primo passo per renderli persone migliori.

Più in particolare, ecco cosa possiamo fare per crescere i nostri figli in un ambiente sano.

  • Bandiamo alcune espressioni: “il mammo”, “la donna con gli attributi”, “le cose da maschi”, “la femminuccia di casa”, sono tutte espressioni che mostrano adesione a delle “tipicità”, oppure deviazione da esse. Subdole, molto subdole, insegneranno ai nostri figli ad inscatolare le persone e le cose in base a etichette, che faranno male agli altri, quando si accorgeranno di essere stati categorizzati, ma anche a loro, quando, prima o poi, scopriranno la dura realtà: che il mondo è fatto di individui che fluidamente passano da una scatola all’altra, e ciò li farà sentire spaesati. Le parole sono importanti, danno forma ai nostri pensieri, dobbiamo averne cura.
  • Di conseguenza, cresciamo allo stesso modo il nostro “maschiaccio” e la nostra “principessa”. Smettiamola di dire alla nostra principessa che è bellissima, e al nostro maschiaccio che è forte. Di dire alla prima che deve stare composta e al secondo che non deve avere paura. Di andare al parco giochi facendo indossare a lei la gonna ed i collant e a lui i pantaloni sdruciti. Chiediamo ad entrambi di darci una mano col bucato, regaliamo ad entrambi secchielli di costruzioni, rispettiamo i tempi e le necessità di entrambi, lasciamo che il maschiaccio si iscriva a nuoto sincronizzato e la principessa ad arti marziali. E’ così semplice che sembra anche superfluo scriverlo, ma vi assicuro che non sempre lo è.
  • Facciamo in modo che le cose con cui hanno a che fare non siano sesso-specifiche. Le bambole e le pentoline non sono per bambine, i camion e le pistole non sono per bambini, non ci sono libri ai quali aprioristicamente le femmine si appassionano e i maschi no, non esistono film sulle principesse che aprioristicamente non saranno interessanti per i maschi, non c’è uno sport che l’uno o l’altro sesso non possa praticare. Non c’è attività nella vita che l’uno possa svolgeree l’altra no, e viceversa.
  • Spieghiamo loro cosa è la diversità, cosa sono le differenze, e immergiamoceli. E’ fondamentale, per un mondo più giusto, progredito, solidale, che dall’infanzia i bambini sappiano che tutti siamo degni di interesse, di amore, di compassione, di empatia, di giustizia. Più conosceranno la diversità, meno la noteranno. Più ci convivranno, più sapranno quanto è una risorsa.
  • Raccontiamogli i loro corpi, ribadiamo il più possibile quanto sono perfetti nella loro unicità, spieghiamo loro che sono il nostro primo mezzo di comunicazione con il mondo e che pertanto è importante prendercene cura, come vogliamo, sentirci bene al loro interno. Lasciamo che decidano per il proprio corpo, per quanto è possibile. Tagliare i capelli, indossare a novembre il costume che abbiamo comprato per carnevale, mettere lo smalto sulle unghie: non c’è danno nel farlo, solo l’espressione di sé.
  • Ancora più importante, parliamo apertamente di sesso, con i maschi e con le femmine. Spieghiamo con le parole che riteniamo più giuste, e nei tempi che sentiamo più adatti, alle bambine e ai bambini, cosa è il sesso, cosa vuol dire essere consenzienti, come è fatto il loro apparato genitale, che il dovere e l’aspettativa sono diversi dal piacere e la scelta. Questo è anche un passaggio fondamentale per mantenere un dialogo negli anni più complicati dell’ adolescenza, e in quelli a seguire.
  • Offriamo sia ai maschi che alle femmine modelli femminili, ne hanno bisogno entrambi. Parliamo delle storie straordinarie di donne, esploratrici, scienziate, matematiche, filosofe, icone storiche, e di storie di donne ordinarie che conosciamo o di cui abbiamo sentito parlare, donne che crescono i figli da sole, donne che hanno a carico l’intera famiglia perché hanno compagni e compagne che non lavorano, donne che hanno combattuto per i diritti propri o altrui, donne che hanno fatto scelte controcorrente. Le bambine hanno bisogno di sapere che possono diventare qualunque cosa vogliano, i bambini hanno bisogno di sapere che le donne possono fare tutto. 
  • Manteniamo una relazione alla pari, e rispettosa, fra genitori e con i figli. Eliminiamo ogni forma di violenza e sopruso, anche quelli psicologici, anche quelli minimi. Abbandoniamo le recriminazioni e i rimbrotti, non facciamo loro percepire che i compiti ricadono sull’uno o sull’altro genitore, preoccupiamoci di far capire loro che ciò che funziona lo fa perché si gioca tutti nella stessa squadra. Discutiamo i problemi, ascoltiamo i punti di vista altrui. 
  • Infine, ed è la parte più difficile, per quanto ci è possibile coinvolgiamo in questo progetto chi collabora con noi a crescere i nostri figli. Insegnanti, educatori, nonni, allenatori, amici, rendiamo esplicito per tutti loro il nostro progetto genitoriale. Non è più il tempo di lasciar perdere, non è più il tempo di scuotere la testa, non si può sorridere davanti alle osservazioni fuori luogo. Rompiamo le palle, diventiamo quelli che nessuno vuole ascoltare al consiglio di classe, facciamo capire che siamo quelli che creano problemi. E’ necessario, e probabilmente sarà anche divertente.

I figli di oggi saranno gli adulti di domani, noi saremo un modello per loro, che seguiranno o rigetteranno. Ricordo che quando ho scoperto di aspettare il mio primo figlio, davanti al bancone di un bar ho detto ad un’amica “Sento che un figlio è un’opportunità di cambiare il mondo”. Sforziamoci di crescere degli adulti in gamba. La società è lo specchio di ciò che succede in famiglia, è fondamentale che ci impegniamo a migliorare questo mondo, perché lo facciano a loro volta i nostri figli, una volta diventati adulti. Perché creino una società in cui spazi, tempi, aspettative, speranze, opportunità, doveri, siano condivisi. Perché “padre” è un verbo tanto quanto “madre”, ha scritto Chimamanda Ngozi Adichie. C’è poco da fare, c’è sempre qualcuno che riesce a dire le cose prima, meglio, e più brevemente di te.

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